Acqua pubblica La gestione pubblica dell’acqua oggi deve diventare una realtà, sia perché i cittadini con il referendum ne hanno fatto richiesta, sia perché le società di gestione sono in grado di diventare totalmente pubbliche alla scadenza delle concessioni. È necessario un Patto tra tutti i soggetti interessati perché si favorisca l’uscita dei privati dalle società di gestione, per renderle totalmente pubbliche, e perché non vengano meno gli investimenti necessari per un piano straordinario per abbattere le perdite idriche delle reti e per qualificare sempre

più il servizio pubblico dell’acqua, realizzando infrastrutture e rendendo più efficienti invasi e acquedotti in grado di superare i periodi siccitosi prodotti dai cambiamenti climatici in atto.

Le infrastrutture del Servizio Idrico Integrato, sono in gran parte vetuste e gran parte del territorio toscano è caratterizzato da una diversificazione in termini di facilità di captazione e approvvigionamento della risorsa idrica. Sarà quindi necessario pensare ad un grande piano di investimenti delle strutture idriche (in particolare per quelle ancora caratterizzate dalla struttura in cemento-amianto o comunque inadeguate per erogare correttamente il servizio in condizioni territoriali particolarmente svantaggiate) L’auspicio è di una legge regionale che faciliti tale percorso che, tuttavia, è nelle mani dei Comuni. La Regione Toscana dovrà supportare il percorso avviato con una proposta di legge regionale a sostegno dell’affidamento in house a società di gestione integralmente pubbliche (cui la Regione sta lavorando d’intesa con l’AIT Autorità Idrica Toscana) e pensando alla creazione di uno strumento finanziario per facilitare gli Enti Locali nel processo di liquidazione delle realtà private attualmente coinvolte nelle società miste di gestione .

Implementazione del ciclo dell’acqua Un tema non eludibile sulla questione dell’economia circolare è dato dalla questione del completamento o implementazione del ciclo dell’acqua, la quale dopo gli usi umani ed i processi depurativi viene riversata nei fiumi o in mare. Un ulteriore passaggio può e deve essere attuato, ovvero il riuso delle acque depurate per usi appropriati, al fine di ottimizzare i processi e far fronte ai fabbisogni crescenti. Un ciclo di investimenti e di studi può essere avviato, creando nuovo lavoro, migliore qualità ambientale e nuove opportunità. Inoltre si deve fare in modo che l’utilizzo pubblico da parte dei cittadini di acqua proveniente dalle fonti di maggiore qualità debba essere prioritario e prevalente rispetto a quello agricolo e industriale. La costa Toscana in particolare vede accanto alla mancanza di acqua soprattutto nelle zone delle colline metallifere, una pressione industriale idroesigente che ha determinato pesanti trasformazioni della costa con l’intrusione del cuneo salino e la riduzione delle fonti con qualità potabile adeguata al punto che tutte le acque per essere utilizzati a scopo potabile lungo la costa devono essere trattate con impianti ad alta tecnologia e con il prelievo di acqua di mare, ad indicare la necessità non procrastinabile di una decisa revisione dei sistemi di consumo.

BENI COMUNI

L’emergenza sanitaria che stiamo affrontando ha mostrato chiaramente come esista una dimensione collettiva indispensabile alla salute e al benessere di tutti e tutte.

Nei mesi del lockdown si è rafforzata la consapevolezza della necessità di disporre di istituzioni efficienti che sappiano garantire cure mediche, un’organizzazione territoriale dei servizi sanitari e il soddisfacimento di bisogni primari. Abbiamo capito però che

altrettanto importante è l’attivazione di ciascuno di noi affinché la propria salute e quella degli altri venisse preservata e affinché, attraverso l’aiuto reciproco all’interno delle comunità, la qualità della vita di tutti e tutte fosse la migliore possibile, anche in condizioni di grave disagio. Il volontariato, le reti di solidarietà, le relazioni di vicinato hanno dato un grandissimo contributo in questo senso e hanno rafforzato la capacità di azione delle istituzioni locali e nazionali.

Questo deve insegnarci che esiste una dimensione collettiva della cura dei beni comuni, dalla salute, delle nostre città, del condominio, degli spazi pubblici condivisi, fino ad arrivare alle risorse naturali e all’ambiente in senso lato, che dobbiamo riscoprire, promuovere e valorizzare, come individui e come comunità, in collaborazione con le istituzioni, che devono sapersi riorganizzare e aprirsi per valorizzare questi contributi.

L’approvazione, in chiusura di legislatura, della legge regionale sui beni comuni è stato un atto politico importante, che riconosce i beni comuni quali “i beni intesi quali beni materiali, immateriali e digitali, che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali della persona, al benessere individuale e collettivo, alla coesione sociale e alla vita delle generazioni future, per i quali i cittadini si attivano per garantirne e migliorarne la fruizione collettiva e condividere con l’amministrazione la responsabilità della loro cura, gestione condivisa o rigenerazione” (LR 42/2020 art. 2).

La legge rappresenta un quadro normativo dalle grandissime potenzialità, da riprendere immediatamente nella nuova legislatura per costruire una rete di relazioni e di competenze, dai livelli territoriali a quelli regionali, in grado di supportare concretamente la diffusione di pratiche di gestione condivisa di beni comuni, superando rigidità culturali, preconcetti e difficoltà pratiche che spesso inibiscono lo sviluppo di pratiche collaborative e partecipative per la gestione condivisa dei beni comuni.