Decreto Minniti-Orlando, il Governo ha ceduto alla fretta perdendo una grande occasione

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Le migrazioni sono il fenomeno più articolato del nostro tempo. Le istituzioni, da quelle europee alle amministrazioni locali, le comunità tutte ne vivono giorno dopo giorno tutte le complessità. Subito dopo il senso di umanità nei confronti di chi scappa da guerre e carestie, arriva il bisogno d’integrazione, vero anello di congiunzione con il tema della sicurezza.

La riforma di una materia così dirimente doveva coinvolgere tutti i soggetti che con esperienza e costanza operano in questo settore, aprendo un dibattito parlamentare. Da pochi giorni con questo metodo avevamo approvato una buona legge sui minori non accompagnati.

Sul decreto migranti il Governo ha sbagliato. Ha preferito correre per mostrare di saper dare un messaggio chiaro e forte, ma con il grande limite di non affrontare in profondità il nodo dell’integrazione. L’esecutivo ha strizzato l’occhio alle destre e dato vita a quella che Luigi Manconi ha definito “giustizia etnica”. Norme che vanno a scapito dei più deboli perché negano maggiore protezione ai soggetti più vulnerabili.

Il decreto ha tolto il secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego; l’abolizione dell’udienza; l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari e l’introduzione del lavoro volontario per i migranti.

Si è ovviato al bisogno di accelerare i processi sacrificando un diritto sancito dalla Costituzione, l’art.10. Nell’unico grado di giudizio rimasto le garanzie sono ridotte: nei processi sulla richiesta di asilo viene meno la certezza del contraddittorio. Per non parlare dei CPR (centri permanenti per il rimpatrio). Ricordiamo bene cosa sono stati i Cie. I CPR non solo manifestano un’indeterminatezza nelle funzioni, ma aggirano la questione ben più cruciale dell’integrazione, relegandola a un percorso secondario, quando invece è il nodo cruciale. La Corte costituzionale si è già espressa sul fatto che trattenere stranieri in strutture di questo tipo rappresenti un limite alla libertà personale.

È evidente che le politiche per l’accoglienza non vengono consolidate e tanto meno incentivate. Perché, ad esempio, non si è fatto niente per quei Comuni che non hanno fatto niente? I Comuni italiani sono 8.000: solo un migliaio aderiscono ai programmi SPRAR, altri 1.500 sono sede di programmi di emergenza.

Puntare il dito sui rimpatri dei clandestini, su chi compie reati, su chi viene rifiutato non è un buon modo per occuparsi dei fenomeni migratori. Anzi, ne alimentiamo un’immagine distorta. Sono stati ridotti i diritti dei più deboli. E noi abbiamo il dovere di stare dalla loro parte.

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